Il cognome Agnelli rimanda subito alla Juventus e alla Fiat, ma la storia della potente dinastia non si ferma alla squadra calcistica e alla fabbrica automobilistica, perché dietro c’è molto di più. Gli Agnelli, una famiglia italiana che ha decisamente contribuito a scrivere la storia del Paese, nel bene e nel male. Alcuni componenti del nucleo familiare hanno ricoperto alti incarichi di governo e hanno rappresentato l’evoluzione imprenditoriale, con connessioni anche oltre i confini nazionali. Raccontare le vicende che hanno caratterizzato le principali tappe della vita degli Agnelli non è facile, ma è certamente interessante esaminare come la loro storia personale si intrecci con alcuni dei momenti più importanti della storia d’Italia. Loro passarono dal gruppo Bilderberg, con i loro rappresentanti politici De Gasperi e Fanfani, alla Trilateral Commission, segnando parte del Novecento, almeno fino al momento dell’ascesa di Silvio Berlusconi che ha posto la famiglia piemontese in secondo piano. I magnati dell’industria automobilistica italiana hanno comunque mantenuto un ruolo importante e soprattutto le connessioni con la politica anche negli ultimi vent’anni. Basta pensare al sostegno e ai finanziamenti forniti a Mario Monti nel 2013.

 

La ristrutturazione dell’azienda torinese ha portato la Fiat a crearsi una posizione all’estero e di diventare una multinazionale, riportando alla luce un pilastro del capitalismo dell’Italia: la famiglia Agnelli. Nel 2014 il nome è rientrato sulla scena come protagonista, superando gli ostacoli imposti da Berlusconi. L’impero è diventato competitivo sul mercato nazionale e quindi sui mercati esteri, rafforzando la propria posizione di primo piano. Sebbene in Italia svolgano l’attività con un regime di libera concorrenza, a livello nazionale possiedono un monopolio nel comparto dell’automotive, che è tornato ad essere tale grazie ai provvedimenti presi dal governo Monti e dalla spinta che lo stesso esecutivo ha dato al settore. Questa situazione ha fatto da molla perché la Fiat potesse espandersi in maniera vigorosa anche oltre confine. La storia della famiglia non è comunque iniziata con la fondazione della fabbrica di automobili, ma ben prima.



 

Alla fine dell’Ottocento gli Agnelli contavano già su una certa tradizione imprenditoriale, perché erano già attivi con l’industria manifatturiera e con le speculazioni nell’area del Nord Italia. Si resero protagonisti dell’industrializzazione dell’inizio Novecento, acquisendo della fabbrica di auto, perché cominciarono una vera e propria scalata al sistema capitalistico nazionale per riuscire ad affermarsi al vertice. Il ruolo nella società diventa però molto importante con l’avvento del fascismo, portando gli Agnelli ad essere fondamentali. Hanno messo a punto una strategia per creare una vera e propria struttura di potere, creando forti legami con le istituzioni e la politica. Lo sviluppo della Fiat conosce il successo tra il 1915 e il 1930, periodo in cui inizia una rapida crescita grazie alle commesse provenienti dal governo. Giovanni Agnelli è stato uno dei principali alleati del governo presieduto da Mussolini, ottenendo a sua volta il supporto per proseguire con la sua politica aziendale contro operai e sindacati. Non solo, la legge varata grazie ai fascisti permise alla fabbrica di assumere un ruolo monopolista nel settore.

 

Il regime dell’epoca consentì inoltre alla famiglia Agnelli di mettere in atto la collusione tra le banche e la grande industria. Fu proprio Mussolini a mettere gli imprenditori, tra cui proprio Giovanni Agnelli, a capo degli istituti bancari, così da poter avere a disposizione i necessari finanziamenti per le proprie aziende e foraggiare le attività. Tra le due guerre ci fu sicuramente uno dei principali periodi di crescita della Fiat, corrispondente naturalmente anche a quello della famiglia torinese. Con la conclusione del secondo conflitto mondiale gli Agnelli adottarono le proprie abilità nel trasformismo, legandosi alla nuova classe politica emergente antifascista, così da evitare ritorsioni per il legame con Mussolini e continuare a rimanere al vertice dell’alta società e del capitalismo nazionale. Siglarono accordi con la Democrazia Cristiana e con qualche altra formazione politica, utili a far cedere i sindacati e persino il Partito Comunista di fronte alle richieste e agli atti della potente famiglia alla guida della fabbrica automobilistica. I dirigenti della Fiat, abili rappresentanti della proprietà, prima Valletta e oggi Marchionne, vengono da sempre inseriti nelle organizzazioni internazionali più blasonate per la capacità di influenzare i governi. Bildelberg e Trilateral Commissioni sono due dei principali esempi.

 

Berlusconi mise la famiglia in secondo piano, ma negli ultimi anni gli Agnelli hanno riconquistato i vertici del capitalismo italiano, dapprima finanziando Mario Monti e supportando Montezemolo, Della Vale e Tronchetti Provera, poi trasformando la Fiat e le varie aziende del gruppo in una struttura multinazionale. La riorganizzazione coincide con il momento in cui John Elkann è entrato a far parte della European Roundtable of Industrialists con altri importanti nomi della classe industriale italiana e internazionali. Negli ultimi cinque anni è così stato aperto un nuovo capitolo che porta gli Agnelli, una famiglia italiana conosciuta all’estero, a scalare il capitalismo internazionale. Ma le cronache recenti sono certamente più note, mentre meno famose sono le tappe che hanno consentito al celebre cognome di affermarsi nella società italiana e soprattutto di come i componenti della dinastia abbiano cominciato la loro storia.

 

La Juventus e la famiglia Agnelli è un binomio che rappresenta l’unione tra il calcio e l’industria, ma soprattutto segna il legame del genere più duraturo del panorama sportivo nazionale. Sebbene il periodo del fascismo abbia allontanato il club dai loro proprietari, ci sono oltre 80 anni di storia comune, molti di più dei 29 anni tra Berlusconi e il Milan o tra Moratti e l’Inter, con i suoi 34 anni. Lo stesso vale per il livello internazionale. Infatti è difficile trovare altre squadre sportive che abbiamo avuto la stessa famiglia proprietaria per un lasso di tempo così lungo. Negli anni Venti del secolo scorso a giocare nelle fila della Juventus c’era anche qualche operaio della Fiat, diventata una riserva per rinfoltire la formazione, con un discreto successo. Il team deve la sua fondazione a un gruppo di studenti del liceo torinese D’Azeglio nel 1897. Venti mesi dopo, nel 1899, Giovanni Battista Ceirano metteva a frutto la propria esperienza di meccanico costruttore di automobili senza cavalli fondando la Fiat. A sostenere l’operazione furono alcuni nobili con il patrocinio del Banco di Sconto e Sete della famiglia Rothschild.

 

Giovanni Agnelli non era un nobile, bensì un imprenditore agricolo con importanti capitali a disposizione e entrò a far parte del gruppo di investitori per caso e all’ultimo minuto per coprire la quota mancante. Lui nacque nel 1866 da una famiglia di proprietari terrieri di Racconigi. Dopo un breve periodo nell’esercito al servizio del re, si era dedicato all’azienda di famiglia e alla carriera politica a Villar Perosa. A 26 anni si era trasferito nel capoluogo piemontese, entrando in contatto con l’aristocrazia cittadina, con cui condivideva la passione per la meccanica e l’automobilismo. Si era fatto affidare l’incarico di segretario del Consiglio d’Amministrazione di Fiat e quello è stato il momento che ha sancito l’inizio della scalata. I primi passi gli avevano consentito di prendere in mano la gestione commerciale ed economica. La maggioranza del pacchetto azionario lo aveva conquistato nel 1906. All’epoca ci furono segnalazioni di illeciti e molti misteri, ma non ci sono prove a suffrago di tali ipotesi.

 

Giovanni Agnelli aveva piano piano allacciato rapporti con la politica e soprattutto con il cuneese Giovanni Giolitti, capo del governo, che gli aveva concesso onorificenze. A chiudere ogni ipotesi di illecito fu proprio il ministro della Giustizia del governo Giolitti, che dichiarò non opportuna un’inchiesta su Agnelli, perché avrebbe potuto avere gravi conseguenza per l’industria piemontese e italiana. La Fiat aveva già fornito mezzi per la guerra in Libia. Dal primo al secondo conflitto mondiale si era iniziata l’era fascista con la famiglia Agnelli impegnata a supportare il Duce e a firmare contratti per fornire veicoli all’esercito. Non va dimenticato che proprio con Mussolini la Fiat ha cominciato ad assumere un ruolo di rilievo nel panorama nazionale, superando la concorrenza dell’Alfa Romeo e di altri marchi del settore automobilistico. Agnelli, però, intuito il cambiamento del vento e con la necessità di affrontare i danni agli stabilimenti dovuti ai bombardamenti, aveva iniziato a lavorare sulle relazioni diplomatiche con gli Alleati anglo-americani. L’obiettivo era quella di sostenere Badoglio nella successione a Mussolini per evitare le ritorsioni per i suoi legami con il Regime. Una volta superate le vicende di cambiamento dell’Italia, a guidare la Fiat in attesa che fosse pronto Giovanni Agnelli junior era stato designato Vittorio Valletta. Gianni Agnelli cominciò le attività con la Juventus, riportandola in seno alla famiglia. Grazie a Valletta, intanto, si erano rimessi in piedi gli stabilimenti, utilizzando i fondi del Piano Marshall. Fu proprio lo studio sugli effetti al programma di aiuti, realizzato con un gruppo di esperti che includeva tecnici della CIA a dare la spinta alla nascita del gruppo Bilderberg. Includeva gli uomini più influenti dell’Europa e degli Stati Uniti e operava con l’intento di creare un governo ombra a livello internazionale. Valletta e Gianni Agnelli ne facevano parte. Negli anni Sessanta il governo italiano aveva deciso di finanziare le autostrade, riducendo i finanziamenti alle Ferrovie per favorire la produzione e la vendita di automobili.

 

Inoltre negli anni sono arrivate le commissioni del governo per l’acquisto delle vetture destinate alle Forze dell’Ordine, incrementando così il fatturato. Gianni Agnelli prese le consegne da Valletta nel 1965 e la Fiat era il principale produttore motoristico europeo. Acquisiti i marchi Autobianchi, Alfa Romeo e Lancia, rimasero i debiti. Grazie al governo Craxi la fabbrica si era rafforzata e ingrandita, mentre l’Iri guidato da Romano Prodi aveva impedito che la Ford potesse acquistare i brand automobilistici italiani facendo concorrenza proprio al produttore nazionale. Negli anni Settanta la Fiat cominciò a subire pesanti battute di arresto. Nonostante numerosi aiuti da parte dei governi in carica, la fabbrica automobilistica è giunta al 2004 in una condizione prefallimentare. Poi c’è stata la svolta con l’assuzione di Sergio Marchionne. Gli Agnelli, una famiglia italiana sbarcata negli Usa con l’acquisizione di Chrysler, hanno decentrato a Londra e Amsterdam le sedi fiscali e l’azienda è tornata a crescere. La storia continua.